PAOLO MANINCHEDDA IL PERSEGUITATO POLITICO

Quando si è dimesso, lasciando l’Assessorato pattuito con Francesco Pigliaru all’inizio della legislatura, se ne sono dette tante. La più gettonata, che Paolo Maninchedda, come suo solito, avesse dato inizio alle grandi manovre di avvicinamento alle prossime elezioni regionali 2018 sganciandosi dal governo regionale, in cui ha operato per tutta la legislatura (male, detto per inciso) per concedersi un viaggetto a Casablanca e rifarsi una verginità. La ricostruzione dell’imene, del resto, costa poco ed è un ottimo investimento, come il baldo Paolo ha mostrato nel recente passato, producendosi in fantasmagorici e fruttuosi (per lui) salti della quaglia. Eppure, gli avvenimenti di questi giorni hanno spinto parecchi a ricredersi e dare maggiore attenzione ad un’altra ipotesi: che le dimissioni siano state una specie di undercut (per chi segue la Formula1 sa bene di che parliamo) al fine di precedere ciò che sarebbe accaduto nel momento in cui il bubbone delle ASL fosse scoppiato e Maninchedda avrebbe dovuto fronteggiare le ovvie richieste di dimissioni: un Assessore (forse) inquisito per voto di scambio e corruzione, soprattutto a fine legislatura, è peggio di un appestato e nessuno se lo tiene accanto. Questo dicono coloro che asseriscono essere bene informati: Maninchedda si è dimesso da sé per non essere costretto a farlo sulla scorta dello scandalo delle ASL.

Quale che sia il motivo, il fatto è che Paolo Maninchedda ha costruito il suo piccolo centro di potere locale gestendo prima di tutto il parco voti che gli permette di essere ago della bilancia del governo regionale e ciò sulla base degli scambi – neppure troppo nascosti, diciamolo – legati ai posti di lavoro dentro le ASL: vuoi lavorare nella sanità sarda, ottenendo un posto sicuro, ben pagato e dal quale non ti smuoverà neppure un tornado? Assicurami un tot di voti e la cosa è fatta. Ecco, un marchingegno del genere, che poi sarebbe il motivo principale (assieme alle consulenze e agli acquisti fantasiosi) per il quale la sanità sarda è una voragine senza fondo e i servizi una vera porcheria.

Sia chiaro: Paolo Maninchedda non è peggiore di quanti accettano lo scambio, cioè gran parte dei sardi, sempre pronti a porgere le chiappe pur di assicurarsi un posticino pubblico. Scambiare il voto con l’attenzione di un politico è storia antica e nessuno lo considera davvero un reato, né un comportamento moralmente criticabile. I più si giustificano dicendo che tanto lo fanno tutti e che senza l’accozzo non si ottiene nulla, per cui…

Ciò detto, tuttavia (e non accettato, però, vendere il voto è la morte della democrazia) è curiosa la reazione del prof Maninchedda all’inchiesta giudiziaria che, gli piaccia o meno, riguarda anche lui (ancora non è chiaro se e quando verrà indagato o se lo sia già): “Sono un perseguitato politico!” Eccolo là, in buona compagnia di personaggi come Berlusconi, Dell’Utri, Renzi, e tutta la pletora di coloro che trovati con le dita nella marmellata non hanno di meglio da dire che la confettura è politica, mica interesse privato! Mica i posticini alle ASL li ha gestiti per potere, no, lo ha fatto per la maggior gloria della Sardegna!

E va bene, in fondo i nazionalisti come Maninchedda li conosciamo bene, proprio tutti, coloro che ad urla “La Sardegna prima!” e poi sottovoce “Le mie tasche prima ancora!”, ridicoli paladini del proprio interesse contrabbandato per quello della fantomatica quanto abusata Patria Sarda. Nel migliore dei casi veri e propri clown incapaci di fermarsi di fronte alle peggiori ridicolaggini, per l’appunto come quella di Maninchedda perseguitato da uno Stato Italiano che di meglio non avrebbe da fare che andare dietro a lui, colpevole di aspirare alla liberazione nazionale dei sardi: da scompisciarsi. Ma ci faccia il piacere!

E mi fermerei a questo punto, con la solita risata a denti stretti, perché di persone così non ne abbiamo alcun bisogno, se non fosse accaduta una cosetta talmente obbrobriosa da farmi raggelare il sangue: lo sciacallaggio di questo losco e mediocre professore nei confronti di Doddore Meloni.

Un clown anche lui, certo, però morto a causa di un carcere inumano che miete vittime ogni giorno nel rispetto della legge. Morto senza alcun collegamento con il nazionalismo o l’indipendenza, crepato perché in carcere, in Italia, si crepa spesso e poco volentieri, carcerieri e carcerati, uno via l’altro. Cosa c’entra il nazionalismo con Doddore? Nulla, lo capirebbe chiunque, è stato solo un altro detenuto ammazzato dal carcere (cui Meloni e il suo avvocato hanno dato una grossa mano comportandosi sconsideratamente!).

Ebbene, richiamare l’indipendentismo per Meloni (in galera per evasione fiscale, a norma di legge dopo una condanna a nove anni per terrorismo) non è solo ridicolo: è da avvoltoi. Solo un avvoltoio avrebbe potuto citarlo in questi termini cercando di sfruttare la morte atroce di un poveraccio in catene per portare acqua alle proprie malefatte.  Se Maninchedda ha la coscienza sporca (e ce l’ha) non cerchi di intorbidare le acque aggrappandosi a un morto in galera come fosse un salvagente, o uno squalo. Questo, oltre al resto, fa veramente schifo!

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Still stinking, always thinking
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