PINUCCIO SCIOLA: SE NE VA UN ARTISTA, UN AMICO, UN PARACULO

Con Pinuccio non ci siamo mai contati balle. Ci abbiamo provato tanti anni fa, numerarli comincia a spaventarmi, ma è finita subito per imperiosa richiesta di entrambi: il nostro è stato un rapporto franco al limite dell’impudicizia mentale. E, per questo, mi riesce difficile scrivere due righe di commemorazione: perché so che sarò impudico anche adesso, per rispetto della nostra amicizia.

Sciola è stato di sicuro un artista, naïve e poco originale, come cercherò di dire oltre, ma di certo un essere umano che ha cercato di raccontare il proprio mondo interiore mettendo in campo l’arsenale limitato delle proprie possibilità. E, soprattutto, di farci sopra un po’ di soldi per vivere decentemente e poter continuare a fare ciò che più gli piaceva: scolpire e prendere per il naso la gente.

Artisticamente ha detto poco o nulla di nuovo, come la maggior parte degli artisti di questo mondo. Ma ha fatto di questo il proprio modo d’essere, scegliendo di continuare a vivere in un luogo provinciale e disponibile a riconoscere per genio la sua mediocrità, come i calciatori di provincia che sposano la maglia ben sapendo di non poter competere per le squadre di primo livello: meglio essere un eroe in provincia che un esimio signor nessuno altrove.

È vissuto e ha operato rubacchiando ispirazioni altrui e brigando continuamente per intessere una tela di rapporti utili alla vendita, in questo non diverso dall’infinita schiera degli artisti di ogni luogo ed età. Di solito istituzioni locali: comuni, regione. Con il colpo di genio di legarsi a Renzo Piano, altro enorme paraculo (ma di livello ben diverso) che nelle sue opere ha apprezzato il populismo e il significato trasparente, la possibilità di coinvolgere persone dotate di un bagaglio culturale limitato, ciò che serve agli architetti famosi per essere apprezzati dalla ggente.

Così, ha spacciato per omaggio a Gaudì una scopiazzatura di Brancusi, ha condito di granito i tagli di fontana e tentano con dubbi risultati di trasformare in travertino il caos di Vedova; approfittando sempre di critici ignoranti e lecchini. E di sovvenzioni pubbliche, benvenute in un’isola a partecipazione statale come la nostra. Se Pinuccio ha avuto un merito, vero – e non ho mai mancato di dirglielo – è stato quello di far risaltare la nostra inconcludenza di sardi nello spreco delle risorse comuni, nostre e regalate dallo stato italiano. Assieme, ne abbiamo riso come ragazzini che avessero combinato una mascalzonata, irridendo alle parole ignoranti e sconclusionate dell’uomo pubblico di turno che – aperto il portafoglio pubblico per un’opera del famoso scultore – parlava d’arte senza capirne nulla.

Se di lui ho un ricordo particolare, è quello che ho ricostruito con gli anni riguardo la genesi delle pietre che suonano. Non rammento la data precisa, era all’inizio degli anni ’90, quando ero appena ritornato da un lungo viaggio nell’America meridionale. Avevo visitato un museo bellissimo e notato un curioso xilofono, un reperto dell’età della pietra, costituito da un certo numero di pietre oblunghe di diversa lunghezza, sospese a un bastone orizzontale con corde intrecciate. Percuotendole, si potevano suonare. La targhetta l’identificava come un antichissimo strumento musicale ma io, amante dell’opera di Calder, pensai che quelle pietre appese sarebbero state un buon argomento di conversazione con Pinuccio.

Gliene parlai al mio ritorno e ne abbi l’impressione che ne fosse colpito. Forse gli dissi proprio: “Perché non fai suonare le pietre anche tu?”

Con questo chiudo, ma anche con la consapevolezza che Pinuccio – estimatore quanto feroce critico dei miei scritti – avrebbe apprezzato ciò che vado componendo sulla tastiera. In privato non ci siamo mai risparmiato nulla e poi mi avrebbe detto, di sicuro, che tanto le mie cazzate non le legge nessuno.

Per uno come lui, spero ardentemente che esista un aldilà e che trovi il modo di scolpire una nuvola in paradiso o un fuoco di carbone all’inferno. Non ho dubbi sul fatto che riuscirà a vendere nuvole a san Pietro o fiamme a Belzebù.

Addio, amico, che la terra ti sia leggera.

Nello,

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About @Acido_Solfidrico

Still stinking, always thinking
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